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La testimonianza di Marina: corro e combatto il tumore al seno

Marina ha affrontato il tumore al seno con coraggio e senza perdere la fiducia nei medici. Oggi è fiera di essere una Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi e non smette di sognare

L’immagine di Marina De Bonis, 44 anni, modellista e atleta per passione, è una di quelle che restano impresse. Operata due volte per un tumore al seno e protagonista di complicazioni difficili da accettare, oggi stringe orgogliosa la medaglia conquistata alla maratona di Londra. È Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi e la sua storia è un messaggio di forza e di speranza per chi affronta la malattia oncologica.

La scoperta del tumore al seno

Dolore e paura sono stati per anni compagni di viaggio di Marina. Chiudersi dietro il silenzio sarebbe comprensibile, ma lei sceglie di rivivere questi ricordi per dare un esempio a chi sta provando gli stessi sentimenti. “Voglio dimostrare che farcela è possibile e, anzi, si può ricominciare anche meglio di prima. La mia storia è iniziata nel 2009: avevo 31 anni e stavo vivendo un periodo magnifico, visto che era appena nata mia figlia. Mentre la allattavo ho sentito dei noduli al seno e all’inizio ho pensato che fosse proprio l’allattamento a cambiare il seno. Infatti, alcuni di questi si sono riassorbiti mentre un nodulo è rimasto”.

Decide quindi di sottoporsi a un’ecografia mammaria, l’esame di primo livello raccomandato in questi casi. «Sono andata a cuor leggero – racconta – ero giovane, sportiva, in salute. Perché mai avrei dovuto preoccuparmi?». Ma l’espressione preoccupata dell’ecografista le toglie ogni illusione. Una mammografia e l’agoaspirato confermano la presenza di un nodulo maligno. Il pensiero corre subito alla figlia appena nata e ai sogni che rischiano di spegnersi. “Poi ho trovato la forza per reagire, un passo alla volta. Non ho mai temuto di non farcela, non pensavo alla morte, ma alle conseguenze della malattia”.

“Quando ricevi una diagnosi, la tua esistenza cambia per sempre. Ho deciso di provare a considerarla come un’opportunità per cambiare in meglio”

L'intervento chirurgico comporta complicazioni

Marina viene sottoposta a una quadrantectomia (asportazione di una parte del seno), ma l’esame istologico evidenzia calcificazioni. Serve quindi una mastectomia totale con ricostruzione immediata. L’intervento però non va come sperato: la protesi va rimossa per la necrosi della cicatrice, una complicanza che si verifica circa nel 10% dei casi.

«Ero arrabbiata e delusa – ricorda – non riuscivo ad accettare che rientrassi proprio in quella percentuale. Ero ricoverata in un ospedale universitario e il medico mi chiese se potevano visitarmi anche dei giovani dottori per valutare il mio caso. All’inizio mi sono sentita violata, poi ho capito che tra quei giovani poteva esserci il luminare che un domani avrebbe saputo evitare quelle complicazioni. Per la prima volta ho compreso che la mia esperienza poteva essere utile a qualcuno. È stato un punto di svolta: ho scelto di trasformare la sofferenza in qualcosa di utile».

Gli effetti collaterali delle terapie oncologiche

Il percorso terapeutico di Marina non è stato semplice perché ci sono molteplici effetti collaterali da contrastare:

  • la chemioterapia tradizionale provoca un senso di spossatezza e la caduta dei capelli;
  • la terapia ormonale conduce alla menopausa precoce e preclude il sogno di un’altra maternità;
  • la terapia biologica con anticorpi monoclonali, che riduce il rischio di recidiva in alcune forme di tumore al seno HER2-positivo, comporta altri effetti indesiderati che abbattano la mente e il corpo.

“Mi ricordo la prima seduta: mi sono chiusa in bagno terrorizzata. Poi ce l’ho fatta e alla fine ho sentito che potevo rinascere. Così ho terminato anche la cura con gli anticorpi monoclonali e ho deciso che avrei sistemato il mio seno”.

La ricostruzione del seno si rivela un’altra sfida impegnativa per Marina. Deve sottoporsi a interventi multipli di lipofilling (ovvero il prelievo di grasso da altre zone del corpo e il trapianto) e inserire una nuova protesi. Dolore, cicatrici e difficoltà nell’intimità con il marito mettono a dura prova la sua identità femminile.

La rinascita con la corsa e il progetto Pink Ambassador

Un giorno un’amica le parla del progetto Pink Ambassador: donne operate di tumore al seno che si allenano insieme per correre la maratona di New York. Marina accetta senza esitazione.

«Quando Umberto Veronesi ci ha raccontato il progetto – spiega – ho capito che potevo testimoniare che la vita va avanti, che niente ferma il rosa e niente ferma le donne».

Marina si unisce alle Pink Ambassador, donne che testimoniano la possibilità di farcela e l’importanza dell’attività fisica, come recita la maglietta rosa che indossano con orgoglio e su cui campeggia la frase “Niente ferma il rosa, niente ferma le donne”.

Dopo mesi di allenamenti, la maratona di New York è un sogno che si trasforma in realtà. Qualcosa che, dal letto di ospedale, non avrebbe immaginato di vivere, invece Marina macina 42 chilometri e a ogni passo si butta alle spalle gli istanti peggiori del suo carcinoma mammario. Quando taglia il traguardo capisce che tutto è possibile e ora vuole urlarlo al mondo. La corsa a New York e il traguardo tagliato insieme ad altre donne diventano la metafora della sua rinascita.

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La recidiva: un nuovo ostacolo

Alla fine del 2015, un controllo svela una recidiva tumorale. Stavolta la battaglia è ancora più dura: rimozione del nodulo, della protesi e l’asportazione di 42 linfonodi (5 già con metastasi).

Nonostante tutto, la corsa torna ad aiutarla. «Mi sentivo comunque meno spaventata, ero più consapevole del percorso e mi sentivo meno sola e più compresa. Le amiche Pink Ambassador sono state al mio fianco, non mi sono mai sentita sola». Il nuovo intervento avviene a marzo e per il 2 aprile è prevista la Milano Marathon, dove le Pink Ambassador intendono correre anche per raccogliere fondi per la ricerca.

«Mi sono presentata anche io, per andare a trovarle. Ma quando le ho viste con lo striscione dedicato a me, ho cominciato a camminare con loro. E poi ho corso. Non avrei dovuto farlo, ma ho sentito che potevo riuscirci e sono arrivata alla fine. Qualche giorno dopo, al primo controllo post operazione, la dottoressa mi ha dato della pazza, ma ha trovato il braccio perfettamente guarito, senza gonfiore e senza il siero che di solito si forma dopo l’asportazione dei linfonodi”.«Poche settimane dopo l’intervento – racconta – ho raggiunto le mie compagne alla Milano Marathon. ».

La corsa diventa così la sua terapia parallela, un modo per ritrovare autostima e forza interiore.

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La testimonianza di Marina: trasformare la malattia in opportunità

Come se non bastasse, il fratello Dino si ammala di liposarcoma. Insieme corrono la maratona di Amsterdam. «Lui non ce l’ha fatta, lo sto ancora metabolizzando. Però in suo onore ho ripreso in mano un altro sogno: la maratona di Londra. È stato durissimo allenarsi, tra il Covid e l’estate più calda del secolo, ma ci sono riuscita e a ottobre ho conquistato la maratona di Londra in 5 ore».

Il suo obiettivo adesso è completare il circuito delle Six World Marathon Majors: New York, Londra, Berlino, Chicago, Boston e Tokyo.
Marina non si considera invincibile: semplicemente ha imparato che, di fronte al cancro, la vita può assumere un significato nuovo.

«Ricevere una diagnosi di tumore al seno cambia l’esistenza e può diventare un’opportunità per rinascere. Io ho cambiato lavoro, ho scelto di diventare ambasciatrice della Fondazione Veronesi. L’importante è valorizzare il presente, riempirlo di energie positive e nuovi progetti».

Marina stringe la sua medaglia e sorride pensando a quella speciale che riceverà quando avrà corso tutte le sei maratone. È un simbolo di resilienza, di sogni che diventano realtà e di una comunità che corre insieme per dimostrare che dopo un tumore al seno si può tornare a vivere, e anche meglio di prima.

Koala Strategy fa il tifo per lei, e per tutte le donne come lei. E tu? Quali piccole grandi conquiste vuoi condividere?

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