Mattia: «Con l'autopalpalpazione ci proteggiamo dal tumore al testicolo »
Mattia Pavani a 21 anni è un giocatore di basket. Fin da bambino impara a vivere con il ritmo del parquet sotto i piedi. Poi arrivano le fitte all’inguine, un testicolo gonfio, l’imbarazzo di parlarne. Oggi ci racconta dei sintomi, della diagnosi di tumore al testicolo e dei cicli di chemioterapia. Alla guarigione ci ha sempre creduto, ma adesso insiste sull’importanza della prevenzione e di ascoltare il corpo, senza farsi frenare da inutili paure e imbarazzi.
A Bologna, il basket non è soltanto uno sport: è lingua madre, appartenenza, geografia emotiva. Mattia Pavani l’ha imparato da bambino, quando il suo sogno era diventare un giocatore di pallacanestro. “Questa è la città di uno dei grandi giocatori italiani in NBA, Marco Belinelli” ci tiene a sottolineare. “Qui il basket è più seguito del calcio”.
Cresciuto nelle giovanili della Fortitudo Bologna, a 16 anni debutta nella sua squadra del cuore, e riesce a fare del basket il suo mestiere. “Fino all’anno scorso il mio lavoro era dedicarmi alla mia più grande passione ed ero pagato per farlo” dice con orgoglio.
Poi, tutto cambia nel giro di un attimo. I sintomi del tumore compaiono mentre la vita scorre tra allenamenti, partite di basket, lo studio universitario, le serate con gli amici, la fidanzata, la famiglia. Ma lui non li riconosce. Mattia scopre di avere il tumore al testicolo l’11 aprile, quasi due mesi dopo.
“Non ci credo che sta capitando a me. Adesso mi sveglio e scopro che era un sogno”
Sintomi del tumore ai testicoli e la difficoltà di parlarne
Il primo segnale si fa sentire a febbraio. “Succede durante una trasferta, una partita a Fidenza. Mentre ero seduto in panchina avverto una fitta fortissima all’inguine” racconta. “Per il dolore stavo per piangere. Però è durato pochi secondi, poi è sparito”. Il giorno dopo, sul divano di casa, la stessa scena: il dolore è acuto, improvviso, e abbastanza intenso da spingerlo a parlarne con sua madre.
La prima ecografia evidenzia un’ernia inguinale. Sembra una spiegazione plausibile e rassicurante. Se farà male si toglierà, altrimenti resterà lì. “Col passare del tempo, però, noto che la zona testicolare inizia a gonfiarsi, soprattutto un testicolo” spiega. “Sul momento anche per pudore, perché noi maschi ci imbarazziamo, non dico niente a nessuno e provo a convincermi che non devo preoccuparmi. Passano le settimane, finché subentra un secondo sintomo, il gonfiore a lato del petto dei linfonodi”.
È qui che la storia di Mattia incrocia una delle domande che gli uomini si limitano a sussurrare: che sintomi ha il tumore ai testicoli?
Un controllo semplice può fare la differenza
I sintomi dei tumori testicolari possono essere un nodulo, un aumento di volume, un gonfiore o un senso di pesantezza del testicolo. Anche la comparsa di un dolore acuto, come quello provato da Mattia, è un segnale da non ignorare.
L’autopalpazione non sostituisce la visita medica, ma può aiutarti a riconoscere precocemente anomalie come il gonfiore, una massa dura o un cambiamento della consistenza.
Un gonfiore al testicolo non significa automaticamente tumore. Può dipendere da molte condizioni benigne o infiammatorie. Ed è proprio per questo non va archiviato per imbarazzo: vale sempre la pena una visita di controllo per una valutazione urologica.
“Basta una banale autopalpazione in autonomia per accorgersi subito se qualcosa non va.”
Come ti accorgi di avere un tumore ai testicoli
Mattia non è in grado di interpretare correttamente i segnali mandati dal corpo. Per farlo deve prima superare la resistenza, tipica di molti uomini di giovane età, a parlare di questa parte intima.
“Quando mi sono accorto del gonfiore nella zona laterale del petto, mi sono allarmato. Eppure, anche quando ho avvertito mia madre, per pudore ho omesso il particolare più importante: il gonfiore ai testicoli”.
È lei, infatti, a vederci lungo e a fare la domanda decisiva: “Ai testicoli è tutto a posto?”. A quel punto Mattia ammette, ma minimizza. La madre però non arretra, e lo convince a una immediata una visita di approfondimento.
La verità è semplice: la prevenzione maschile inciampa spesso nel pudore e nella mancanza di abitudine. “E pensare che è così semplice fare prevenzione per il tumore al testicolo, basta una banale autopalpazione in autonomia per accorgersi subito se qualcosa non va”.
L’autoesame, raccomandato soprattutto nei giovani uomini, si può eseguire una volta al mese, preferibilmente dopo una doccia o un bagno tiepido, quando lo scroto è più rilassato. Se al tatto si avvertono noduli, aree dure, rigonfiamenti o variazioni rispetto alla norma, mai aspettare: è meglio sentire il medico.
“Ci sono cose che non puoi combattere, però puoi almeno limitarne gli effetti.”
La diagnosi di tumore al testicolo arriva con l'ecografia
La mamma di Mattia insiste e accelera l’appuntamento, perché ha preso sul serio i disturbi accusati dal figlio. Dopo l’esame gli dicono che servono controlli in ospedale: davanti al sopetto di tumore ai testicoli bisogna fare la TAC. “In quel momento il mio primo pensiero va all’allenamento in palestra che dovevo fare” racconta. “Mi dicevo che non avevo tempo di andare in ospedale”.
La mente di un ragazzo di vent’anni cerca appigli ordinari anche quando l’ordinario si sta incrinando. Nel pomeriggio, però, mentre è in ospedale con i genitori arriva la notizia. “Quando mi hanno confermato la diagnosi di tumore al testicolo, il mio cervello ha fatto come i computer quando ricevono dei file molto grandi: si è stoppato, per processare l’informazione”.
Mattia lo dice solo alla fidanzata, al fratello e all’allenatore, a cui deve motivare l’assenza dagli allenamenti e dalla partita. Nel weekend esce con gli amici come se nulla fosse. Non vuole parlarne. “Volevo godermi gli ultimi due giorni spensierati prima dell’intervento di lunedì” confessa.
Lunedì viene operato. Nel pomeriggio la squadra pubblica un comunicato stampa: Mattia resterà fuori per il resto del campionato. Gli amici che avevano passato con lui il sabato lo chiamano increduli. Come può essere successo tutto così in fretta, se due giorni prima stava bene? “Mi sono sentito in balia degli eventi. È stato un weekend particolare, vissuto in una bolla, come se volessi restare ancora per un po’ al riparo da ciò che, nei giorni successivi, avrebbe occupato ogni mio pensiero”.

Tumore al testicolo: quanto conta la diagnosi precoce
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Guarigione con diagnosi tempestiva
Come si cura il tumore al testicolo? Con un rapido intervento
L’intervento in sala operatoria dura circa quaranta minuti e va bene. “Nella sfiga sono stato fortunatissimo”, dice, con quel modo diretto di chi non ha bisogno di solennità per dire cose profonde. “Mi ha operato il professor Eugenio Brunocilla, il primario di Urologia dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, uno dei migliori in questo campo. Per lui provo un’infinita gratitudine, così come sono grato all’équipe di persone meravigliose che si sono prese cura di me”.
Dopo l’operazione gli viene spiegato che la massa era presente da tempo e che, per asportarla, è stato necessario un taglio più ampio. “Ma per me in quel momento la nota negativa era il divieto di mangiare per tutta la giornata dell’intervento e la successiva” dice scherzando. “Questo a dimostrazione di come non elaboravo bene ciò che stavo vivendo”.
La ripresa fisica è faticosa ma rapida: una settimana di difficoltà a camminare, poi la riabilitazione e il ritorno graduale alla vita quotidiana. Resta l’attesa dell’esame istologico.
Istologico, TAC e marcatori: la nuova grammatica della malattia
“Aspettavo con ansia l’istologico, che doveva stabilire se il tumore fosse benigno o maligno. Purtroppo, eravamo abbastanza sicuri che sarebbe stato maligno perché il professor Brunocilla ci aveva preparato all’eventualità di dover seguire la terapia successiva”.
L’istologico conferma, infatti, i sospetti del primario. Mattia deve sottoporsi alla TAC per capire se la malattia è rimasta localizzata o se ha raggiunto altri organi. “Sono entrato nella TAC con addosso la paura dei linfonodi ingrossati nella zona del torace. Da sdraiato ho realizzato cosa stavo vivendo”, racconta. “Il rumore metallico, il tubo, il buio: in quel momento mi sono detto: Non ci credo che sta capitando a me. Adesso mi sveglio e scopro che era un sogno”.
La TAC è un esame importante. Il tumore al testicolo è altamente curabile, se diagnosticato precocemente il tasso di guarigione è tra il 95-99%. Ma con il passare del tempo il tumore può diffondersi per via linfatica e raggiungere altri organi.
La buona notizia è che la TAC è negativa: il tumore è rimasto nella zona dei testicoli. Però non basta per chiudere il capitolo. Restano da sorvegliare i marcatori tumorali, inizialmente molto alti, perché da valori come alfa-fetoproteina e beta-HCG e dipende il numero di cicli di chemioterapia. Il dosaggio dei markers tumorali è fondamentale per definire il percorso terapeutico e monitorare l’evoluzione della malattia.
Mattia, ottimista e determinato, si convince che basterà un solo ciclo di chemio o che forse non servirà nemmeno. “Ne ero sicurissimo, perché anche dai primi esami del sangue, effettuati di settimana in settimana, questi valori calavano drasticamente”.
Invece, i valori che inizialmente scendono, poi si stabilizzano. Non raggiungono la soglia sperata. “Quando l’oncologo mi ha detto che avrei dovuto fare tre cicli di chemioterapia ho accusato il colpo”, ammette. Nella sua testa aveva già programmato tutto. “Mi dicevo: si comincia a giugno, un ciclo sono tre settimane, e a luglio ho finito. Quindi facevo progetti e programmi. Invece, ho dovuto accettare il fatto che mi servivano tre cicli: significava tre mesi di terapia”.
Mattia è spaventato all’idea di dover mettere in stand by la sua vita per tre mesi, “Non potevo dare gli esami dell’università, fare basket o altre cose ancora. Continuavo a ripetermi: cosa faccio se sono bloccato per tre mesi? Inizialmente è stato un brutto colpo da metabolizzare, ma erano i capricci di un ragazzo di vent’anni davanti a un percorso difficile da comprendere. Poi, quando entri a contatto con altre persone che l’hanno vissuto, scopri che i tuoi tre mesi di terapia sono una manna dal cielo, perché purtroppo ci sono malati costretti a molto di più” dice con una nuova consapevolezza.
Servono tre cicli di chemio per la cura del tumore
La chemioterapia comincia il 20 giugno e finisce ai primi di settembre. Ogni ciclo dura tre settimane seguite da una settimana di pausa. “La prima settimana è la più intensa, dal punto di vista dell’impegno: dal lunedì al venerdì in ospedale, dalla mattina presto al primo pomeriggio. La seconda e la terza sono più leggere, con una seduta il martedì per la terapia e lunedì e venerdì per gli esami del sangue” spiega Mattia.
All’inizio entra in terapia con una sicurezza quasi atletica. È abituato alla fatica, al corpo che risponde, alla disciplina. “Ero convinto che affrontandola bene l’avrei anche retta bene”. Infatti, il primo ciclo va meglio del previsto. Mangia, si allena, gioca a basket, va in palestra. Sa che fare attività fisica aiuta il corpo a tollerare la chemio. Ma il suo è anche un messaggio che manda a se stesso e agli altri. “Era il mio modo per dire: sto bene, non ho niente”.
Poi arriva il secondo ciclo e qualcosa cambia. L’appetito si riduce, allenarsi diventa più difficile. Il corpo comincia a chiedere una negoziazione, non dimostrazione. Mattia lo capisce: “Ci sono cose che non puoi combattere, ma puoi limitarne gli effetti”.
Il terzo ciclo, infine, lo travolge. Arrivano nausea e stanchezza. Torna a casa dalla chemioterapia, mangia quello che riesce, dorme per ore, si sveglia per cena e poi torna a dormire. “Il mio obiettivo era diventato arrivare alla fine di quel percorso che mi aveva portato allo stremo. Stavo malissimo, non avevo più voglia niente, non facevo più progetti, aspettavo solo l’ultimo giorno di chemioterapia”.
Il 2 settembre tira un sospiro di sollievo. Non ha bisogno di aspettare la TAC di controllo che, una ventina di giorni dopo, confermerà la guarigione. “Io mi sentivo rinato già con la fine della chemio”.
“Il mio cervello ha fatto come i computer quando ricevono dei file molto grandi, ovvero si è stoppato, per processare l’informazione.”
Virilità e fertilità: ciò che il tumore non deve rubarti
Se un uomo pensa al tumore ai testicoli, immediatamente la mente corre a una zona intima, sovraccaricata di significati simbolici legati alla virilità, alla sessualità, alla fertilità. Mattia lo dice con onestà: “Forse molti uomini tacciono perché i testicoli sono percepiti come organi che definiscono la virilità, e qualsiasi problema in quell’area ci può far sentire difettosi”.
Eppure, la malattia non ha compromesso né la virilità né la relazione con la fidanzata. “Abbiamo vissuto questo momento sostenendoci a vicenda”, racconta. “Anche le difficoltà personali, se condivise, possono rafforzare un legame d’amore”.
Prima della chemioterapia, a Mattia viene proposto di preservare la fertilità. “Sono andato al Centro di Fisiopatologia della Riproduzione di Lugo che offre un percorso completo per la preservazione della fertilità maschile” racconta. “È un passaggio essenziale nei pazienti oncologici che devono affrontare trattamenti potenzialmente dannosi per la fertilità”. La crioconservazione del seme è una possibilità consolidata e raccomandata prima dell’inizio delle terapie. Serve a proteggere il futuro, anche quello che oggi magari non sai ancora se vorrai.

La vittoria di Mattia è tornare in campo con grinta
Quando ha saputo che la sua storia ha spinto un amico di famiglia, medico, a farsi fare un controllo, Mattia ha provato una grande soddisfazione. “Se impari com’è fatto il tuo corpo, con l’autopalpazione ti accorgi subito quando qualcosa cambia: andrebbe fatta regolarmente” dice con convinzione. Lui sa quanto ha rischiato perdendo tempo, non per irresponsabilità, ma per imbarazzo, per paura di dare peso a un segnale scomodo. “Non parlare di prevenzione è un peccato. Per questo io continuo a farlo”.
Oggi Mattia è tornato alla vita normale. “I capelli sono ricresciuti, anche più belli di prima”, dice ridendo, perché ora sono ricci e gli piacciono molto. “Fisicamente sto bene, ma nel basket avverto ancora una differenza: non sono veloce come prima, l’energia non è quella di un tempo. Probabilmente tornerò a esserlo. Serve pazienza. Però, a parte il lato sportivo, nella mia vita quotidiana sono tornato quello di sempre”.
Alla fine, la parola vittoria torna dove tutto era cominciato: sul campo. Mattia ha ricominciato a giocare, anche se in una categoria inferiore rispetto a prima. Il suo nuovo obiettivo è risalire in vetta. Non per cancellare quello che è accaduto, ma per dimostrare a se stesso che la storia non si è interrotta l’11 aprile.
“Ero felice del giocatore che ero diventato” dice. “Però tornare in campo dopo quello che mi è capitato mi dà una grandissima soddisfazione. E se magari riuscirò a crescere ancora, quella sarà la più bella vittoria”.
Il tumore al testicolo è entrato nella sua vita come un timeout che nessuno ha chiamato. Ma Mattia è di nuovo in campo, con il corpo che recupera, la fidanzata accanto, la palla in mano e una consapevolezza nuova: certe partite si vincono anche imparando a chiedere aiuto al momento giusto.

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