"Ringrazio il mio tumore": la rinascita di Francesca dopo i carcinomi mammari
Francesca ha 55 anni. Nel 2024 ha affrontato una delle sfide più difficili della sua vita: la diagnosi di due tumori primari al seno. In poco più di un anno ha subito una mastectomia bilaterale, 12 sedute di chemioterapia e 7 interventi chirurgici. La sua storia è un viaggio di rinascita. Tra gli effetti della terapia ormonale, i dolori articolari e la depressione post-chemio, Francesca ha trovato una nuova consapevolezza.
Quando perdi sette chili in pochi mesi, sei sempre stanca e non riesci a dormire, è facile dare la colpa allo stress. Francesca, imprenditrice in un momento di grande pressione lavorativa, lo ha fatto.
Ma la vita aveva altri piani per lei. Il 4 giugno 2024, riceve la diagnosi di tumore che le cambia l’esistenza. “Quella mattina, non la dimenticherò per tutta la mia vita: ho cominciato a piangere, sono scappata da mio figlio, ho chiamato il mio compagno. Mi ha preso il panico”. Dopo il terremoto iniziale, Francesca reagisce come ha sempre fatto: prende la situazione in mano.
Due tumori primari: per ogni seno una neoplasia
“Sono riuscita a operarmi dopo una settimana” racconta Francesca. “Per me era importante risolvere subito il problema. Non mi interessavano gli avvertimenti dei medici, non mi preoccupava la cicatrice: volevo solo liberarmi dal mio male”.
Quello che non sa ancora è la complessità della sua situazione. L’esame istologico post-operatorio ha rivelato inaspettatamente due tumori primari diversi. A sinistra, ci sono i noduli duttali infiltranti Her2 positivi, e a destra ha un carcinoma lobulare invasivo Her2 negativo: ma entrambi sono G3. Quando un tumore al seno è classificato di Grado 3 (G3) significa che la neoplasia è particolarmente aggressiva.
Il carcinoma mammario lobulare è considerato il secondo tipo più comune di tumore al seno (dopo il cacinoma duttale): si sviluppa nelle ghiandole che producono il latte, i lobuli appunto, (ghiandole del latte) e può diffondersi ad altri organi. Questa particolare natura del tumore influenzerà le scelte terapeutiche successive di Francesca.
“Sono andata a braccetto con il mio tumore, che mi ha portato a vedere tanti aspetti di me e della vita in modo profondamente nuovo”
Chemioterapia: tra preparazione e resilienza
Per curare il tumore al seno, Francesca sceglie il reparto di oncologia dell’Istituto Dermopatico a Roma, dove si sente a casa. Ma la chemioterapia non è una passeggiata. “Da un punto di vista psicologico è devastante” racconta. “Ognuno la vive in maniera diversa. La mia terapia prevedeva 12 sedute di taxolo, una ogni settimana, e il trastuzumab. Le prime quattro sedute mi hanno dato sintomi molto forti. Forse perché la chemio accentua i problemi che abbiamo già”.
La terapia antitumorale prescritta a Francesca combina quindi due farmaci: il taxolo, chemioterapico che impedisce la moltiplicazione delle cellule tumorali, e il trastuzumab, anticorpo monoclonale, utilizzato per le cellule tumorali che presentano un’abbondante quantità della proteina HER2.
L’intensità degli effetti collaterali varia da persona a persona. Nel caso di Francesca, le reazioni alla cura si modificano nelle diverse fasi del trattamento: problemi di stomaco e colite nelle prime quattro sedute, estrema stanchezza alternata a botte di energia da cortisone nelle sedute centrali, e nausea importante nelle ultime quattro.
“Evidentemente ero andata in accumulo” ipotizza. Prima di iniziare la chemioterapia ha fatto, però, alcune visite preventive. “Consiglio la pulizia dei denti per proteggere le mucose orali dai batteri che causano le afte in bocca, un problema diffuso tra chi fa la chemioterapia ma che io non ho avuto”.
Diagnosi di carcinoma lobulare invasivo
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di tutte le diagnosi di tumore al seno.
I benefici degli integratori
Francesca racconta che su di lei gli integratori, presi sotto controllo medico, hanno prodotto benefici. “Facevo le visite oncologiche e i medici rimanevano sorpresi dal sistema immunitario forte”, racconta. “Il mio segreto? La lattoferrina: ha mantenuto il sistema immunitario caricato a pallettoni”.
Il suo mix di integratori prevedeva già da tempo la vitamina D e gli Omega3. Ma in concomitanza con le terapie concorda con il medico l’aggiunta di vitamina C per tutta la chemioterapia, vitamine A ed E a periodi alterni. Infine, comincia ad assumere anche integratori specifici per placare l’infiammazione e il dolore dovuto alla neuropatia comparsa durante le terapie oncologiche.
La consapevolezza della mortalità
In questo contesto di estrema vulnerabilità, scopre un lato inatteso: le lunghe sedute per la chemio diventano momenti di profonda intimità, in cui la fragilità offre lo strumento per creare legami con altre pazienti.
Questa connessione, la espone anche al dolore più crudo. “La perdita della mia compagna di chemioterapia è stata per me un colpo al cuore fortissimo”. Quel momento la costringe a confrontarsi con una verità ineludibile: di cancro si guarisce ma di cancro si può morire.
La dolorosa consapevolezza segna una tappa fondamentale del suo percorso. Tuttavia, la sfida psicologica più grande deve ancora arrivare in una fase che molti considerano, erroneamente, la fine delle difficoltà: il periodo post-chemioterapia.
L'impatto della terapia ormonale
Se la chemioterapia è dura, per Francesca la terapia ormonale si rivela ancora più insidiosa. “Poco dopo aver iniziato la terapia ormonale ho capito che stavo meglio quando stavo peggio” confessa Francesca con amarezza.
Fin dalla prima iniezione di decapeptyl, da ripetere ogni 28 giorni, esce dal reparto con vertigini e mal di testa. La sera stessa inizia l’exemestane, un inibitore dell’aromatasi, e la situazione peggiora progressivamente. “Nausea, vomito, vertigini… Accusavo tutti i sintomi segnalati nel foglietto illustrativo”.
Il problema più grave sono però i dolori articolari. Francesca soffriva già di artrite anchilosante diagnosticata quattro anni e mezzo prima. “Ma non con dolori così intensi. Le mie articolazioni erano distrutte, non riuscivo neanche a salire le scale di casa” racconta.
Il reumatologo riscontra i polsi infiammati di liquido sinoviale, che le provocano dolori lancinanti notturni e l’impossibilità di piegare le dita e le prescrive un antinfiammatorio per sei mesi.
L'importanza dello sport
Purtroppo, gli effetti collaterali degli inibitori dell’aromatasi possono includere disturbi muscolo-scheletrici, urogenitali e la sindrome dell’artralgia, ovvero il dolore all’articolazione con stati infiammatori, ispessimento sinoviale e versamenti che ha sperimentato Francesca.
La cura con antinfiammatori e analgesici non è sostenibile per tutto il lungo periodo della terapia ormonale. Ecco perché Francesca prova, tra le opzioni di trattamento disponibili per tenere a bada infiammazione e dolore, a incrementare l’attività fisica con allenamenti mirati.
“Già praticavo Gyrotonic, un metodo di allenamento olistico che attiva la muscolatura profonda e decomprime le articolazioni, e che mi dà grandi benefici” ci racconta. “Quindi ho aggiunto il Pilates con reformer, arrivando a fare sport un’ora al giorno per cinque giorni su sette”.
Esercizio fisico, yoga e agopuntura sono solitamente le alternative consigliate in questi casi. E Francesca aggiunge anche una soluzione acquistata online: un dispositivo per effettuare il massaggio pneumatico delle mani.
“Lo uso per contrastare il gonfiore alle mani: infilo la mano per 15 minuti la sera, poi prima di andare a letto metto una crema con l’arnica” racconta. “L’accoppiata funziona. Non mi sveglio più per il dolore alle dita, né con le dita gonfie”.
“Piano piano ho capito che la malattia oncologica va vissuta, accettando le proprie emozioni e oltrepassandole “
Sette interventi in un anno
In poco più di un anno, Francesca ha affrontato sette interventi chirurgici, con sedazioni o anestesie totali. Il suo primo intervento è stato invasivo, perché i due noduli erano vicino al capezzolo.
“Ho affrontato la mastectomia bilaterale come se fosse una passeggiata” spiega con naturalezza. “Quando il medico mi ha detto che dovevano rimuovere anche il capezzolo, non me ne importava nulla. Avrei voluto poter concludere tutto con una sola operazione”.
Invece, scopre che gli step di ricostruzione dopo la mastectomia sono diversi: per le protesi deve aspettare, prima bisogna inserire gli espansori, di cui non conosceva nemmeno l’esistenza fino a quel momento.
“Togliendo il capezzolo, la ghiandola e tutta la pelle, il mio seno sinistro era rimasto piatto. Per colmare il vuoto lasciato dalla mastectomia, ho dovuto fare il lipofilling che preleva grasso dalle cosce e lo inserisce, purificato, nei punti necessari. Quindi vengono inseriti gli espansori da gonfiare ogni 20 giorni in modo da stimolare la ricrescita dell’epidermide”.
Francesca deve tenere gli espansori per tutta la chemioterapia, che comincia dopo piccolo l’impianto sottocute del Port, il dispositivo per la somministrazione dei farmaci chemioterapici per via venosa.
“È stato un altro intervento, piccolo, però mi ha dato una sensazione di libertà: mi ha permesso di fare Gyrotonic anche durante la chemio e, visto che era estate, mi ha concedesso il piacere e la normalità di un bagno in mare”.
La ricostruzione del capezzolo: una scelta giusta
Quando, mesi dopo, arriva il momento di mettere le protesi definitive, il chirurgo plastico le consiglia la ricostruzione del capezzolo. “Inizialmente ero riluttante, non volevo fare un altro intervento per una cosa estetica, un’altra anestesia…”. Lui ha insistito e oggi Francesca ringrazia.
“Pensavo che non me ne sarebbe importato nulla, invece mi sono accorta che mi giustificavo: quando mi spogliavo in palestra o nel camerino di un negozio, mi sentivo osservata e spiegavo che la cicatrice era per un tumore”.
Dopo la ricostruzione e il tatuaggio del capezzolo fatto da un’estetista specializzata, la differenza non si vede più. “Oggi mi spoglio e non ho nessun problema, nessuno se ne accorge: per capire che un capezzolo è finto e l’altro no bisogna osservare da vicino, con attenzione”.
L'asportazione delle ovaie: perché?
Il test genetico per scovare una mutazione risulta negativo. Tuttavia, avendo a destra un tumore lobulare che tende a metastatizzare negli anni, Francesca decide di optare per un intervento chirurgico profilattico.
“In questi casi, le ovaie possono essere degli organi colpiti da un tumore che non dà nessun segnale: quando lo si scopre con l’ecografia è già in stadio avanzato”. Ecco perché, avendo anche delle cisti ovariche, Francesca concorda con i medici sulla opportunità di ovariectomia preventiva.
“Così ho smesso di fare l’iniezione ogni 28 giorni di decapeptyl, ma la cura ormonale mi causa comunque problemi: dolore nell’urinare e secchezza vulvo-vaginale”. Per contenere gli effetti collaterali della terapia antiormonale Francesca ha provato ovuli, creme, gel, oli.
“Ho fatto anche il laser vaginale, che avevo già fatto in premenopausa, e funzionava bene” racconta. “Sto anche valutando di fare il trattamento con acido ialuronico perché la situazione da quest’estate è molto peggiorata”.
“Ho sempre visto il bicchiere mezzo pieno. Credo nelle energie positive, ma soprattutto penso che i problemi possano essere visti e affrontati da prospettive diverse”
Diffusione delle polizze sanitarie in Italia
- Italiani che hanno assicurazione privata 25%
- Trentino è la Regione con più assicurati 37%
- In Basilicata le polizze sono poco diffuse 7%
Le assicurazioni per la salute aprono le porte a cure rapide
Francesca ha potuto affrontare tutti gli interventi in tempi concentrati perché disponeva di una polizza sanitaria privata. “Avevo 19 anni quando, nel 1989, chiesi a mio padre di stipulare una polizza sanitaria per me, allora pensavo che l’avrei usata per partorire” spiega Francesca. “Fin da ragazza ho sempre considerato ben spesi i soldi impiegati nelle polizze assicurative sulla salute“.
Grazie all’assicurazione malattia rinnovata per tanti anni, Francesca può intervenire tempestivamente con tutte le terapie necessarie. Ma alla scadenza, la polizza assicurativa sanitaria non viene più rinnovata. “A quel punto ho scelto una polizza a vita, costa di più però ti accompagna fino alla morte. La nuova polizza esclude tutto ciò che riguarda il seno e l’utero, ma il resto è coperto”.
Francesca aggiunge: “Il nostro sistema sanitario funziona bene, però i tempi stanno diventando sempre più lunghi e i tumori invece crescono rapidamente. Ho visto donne con tumore al seno che hanno dovuto attendere mesi prima di essere prese in carico: ma il cancro non aspetta e le cure poi si complicano”. Intervenire prima possibile è la cosa migliore da fare per aumentare le aspettative di guarigione del paziente e anche per diminuire la spesa pubblica.
“Oggi di cancro si guarisce, ma di cancro si può anche morire”
La depressione post-chemio e il percorso psicologico
“Ho dovuto fare i conti con gli sbalzi di umore e la depressione, che mi hanno accompagnato fin dalla chemioterapia” racconta Francesca. “Piangevo sempre, mentre di solito sono molto positiva”.
Ancora una volta Francesca cerca una soluzione per ristabilire l’equilibrio: affianca il percorso di psicoterapia alla cura farmacologica. Il nuovo passo segna l’accettazione della sua vulnerabilità come un punto di forza.
“Io girovagavo fino alle quattro del mattino senza riuscire a dormire. Lo psichiatra mi disse che così non potevo andare, rischiavo di ammalarmi”. Francesca capisce che le serve un regolatore dell’umore e un aiuto per dormire, perché le cure ormonali interferiscono con il sonno.
Però, allo psichiatra spiega che vuole evitare il rischio di assuefazione. Così, invece delle benzodiazepine, lo specialista le prescrive un antistaminico che la aiuta a dormire.
Arriva la svolta: il volontariato con i bambini
Il percorso psicologico con la psicoterapeuta aiuta Francesca a metabolizzare il vissuto. Un giorno, uscendo dalla seduta con la psicologa, ha un’illuminazione: vuole fare volontariato all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.
“Ho iniziato il tirocinio per diventare volontaria e contemporaneamente ho cominciato un percorso di coaching oncologico con Mara Mussoni”, Francesca sorride nel ripensare al momento della sua epifania. “Stavo leggendo Succede sempre qualcosa di meraviglioso di Luca Gotto, un libro sul modo di affrontare quello che ti accade. La lettura mi ha accompagnato durante il percorso di cambiamento che stavo facendo, e che all’improvviso è diventato molto chiaro”.
Imparare a volersi bene
La malattia costringe Francesca a fare i conti con la sua storia personale. Ha avuto una madre anaffettiva e denigrante, con cui non ha avuto un bel rapporto.
Quando è morto il padre, malato di tumore fin da quando lei aveva 13 anni, si è sentita sola ad affrontare il mondo, ma si è rimboccata le maniche e si è buttata nella vita pensando di non aver bisogno di nessuno.
“La malattia mi ha messo di fronte al fatto che non posso controllare tutto, anche se mi fa sentire più sicura. Se io controllavo i miei figli, controllavo la mia casa, controllavo la mia vita, ero tranquilla. Quando è arrivato il cancro ho capito che nella vita bisogna lasciarsi andare”.
Questa consapevolezza l’ha portata a prendersi cura di se stessa. “Ho fatto sempre tutto per gli altri. Ma a me chi pensa? Ho ditto: da adesso penso a me stessa”. All’inizio con sensi di colpa, perché occuparsi di se stessi suona egoista. “Invece, volersi bene è indispensabile anche per essere d’aiuto agli altri: se io sto male non posso aiutare nessuno”.
Ora Francesca si prende i suoi spazi, spegne il cellulare quando ha bisogno di stare tranquilla. “Se si lamentano perché non mi hanno trovato per un’ora, sorrido: non è cascato il mondo”.
Usare le parole adatte
Durante questo percorso ha capito l’importanza delle parole. “Sei una guerriera, sei una roccia: sono le cose che si dicono alle donne malate per spronarle. Io dicevo, sì è vero, cerco di essere Wonder Woman, però alla fine non lo sono”.
Finalmente capisce perché quelle etichette la infastidiscono: quelle parole implicano un modo di vivere la malattia che lei non condivide, perché non sente suo. Non vuole interpretare un ruolo che non le appartiene. Francesca capisce che accettare la propria fragilità non è una debolezza, ma una condizione essenziale per una guarigione autentica.
“Vedere il bicchiere pieno e non vuoto è importante, secondo me. Credo nella positività e nel fatto che sia possibile attrarre positività. Quando ho preso coscienza di questo, mi è cambiato tutto”.
Francesca si allontana da quella metafora bellica del ‘combattere il mostro’, per scegliere un approccio più contemplativo. “Io oggi dico che sono andata a braccetto con il mio tumore, che mi ha portato a vedere tante cose, in modo completamente diverso”. Francesca riconosce la malattia come una parte di sé che, seppur dolorosa, la guida nella visione della vita da una prospettiva differente.
“Se io controllavo i miei figli, controllavo la mia casa, controllavo la mia vita, ero tranquilla. Quando è arrivato il cancro ho capito che nella vita bisogna lasciarsi andare”
L’oncologia pediatrica e la formazione da coach
Francesca sente il bisogno di trasformare la sua sofferenza in un aiuto concreto, e sceglie l’oncologia pediatrica per stare vicino a bambini e ai ragazzi. Il volontariato le dà una gioia profonda e indescrivibile. Racconta di una bimba che non mangiava da una settimana, e del senso di pienezza provato quando è riuscita a essere d’aiuto a lei e ai genitori. “Sono uscita da quella stanza colma di amore, felice per essere riuscita a dare un panino con il formaggino a una bambina, offrendo sollievo a genitori stremati”.
Contemporaneamente, contatta Mara Mussoni per iniziare il percorso formativo e diventare cancer coach. Decide di dare una struttura e una professionalità al suo desiderio di supportare chi affronta la malattia.
Questo è l’inizio di un percorso che le apre le porte a una nuova visione di sé e del mondo, ponendo le basi per una vera e propria rinascita interiore.
Tumori primari e guarigione
- Sopravvivenza a 5 anni per tumore primario 59%
- Sviluppa un secondo tumore primario 10%
Una nuova consapevolezza dà valore alla vita
“Questo anno di cure è stato il più difficile della mia vita, ma il più bello”. Con questa frase, Francesca riassume il paradosso della sua esperienza. La malattia, pur nella sua durezza, è diventata un veicolo per raggiungere consapevolezza e innescare una profonda riflessione.
La sua trasformazione culmina in una comprensione del concetto di rinascita, non in un’altra vita, ma qui e ora. “Che è strano, perché uno pensa alla rinascita dopo la morte… Invece no, rinascere nella propria esistenza è fantastico, si affronta la vita in modo completamente diverso”.
Francesca ringrazia il suo tumore per averla portata a questa consapevolezza. “Ogni giorno è scoperta, vedo sempre qualcosa di nuovo, perché è come se io guardassi con occhi diversi”. E aggiunge: “Ho capito il valore della vita, delle piccole cose e dell’inutilità di arrabbiarsi o preoccuparsi per le sciocchezze. Quando ero piccola, mio padre mi ripeteva sempre: Ricordati che i veri problemi nella vita sono la malattia e la morte“. Francesca ha imparato sulla propria pelle quanto quelle parole fossero vere.
La strada per trasformare la fragilità in forza
Francesca ha iniziato il secondo master con Mara Mussoni per diventare coach oncologica. “Questo è il mio sogno, perché rientra nel mio desiderio di cambiare la mia vita”.
È il coronamento di un percorso che l’ha portata dalla diagnosi del cancro alla rinascita psicologica e spirituale. “Ci sono persone che probabilmente non impareranno nulla dall’esperienza del tumore, magari perché non è il loro momento. Io ero pronta per capire e per cambiare la mia vita. Ero già alla ricerca di me stessa”.
La malattia le ha dato un messaggio chiaro. Non l’ha decifrato subito, ma oggi ci sta arrivando. “Guardando indietro la mia vita vengono a galla episodi importanti”. Il viaggio in se stessi prosegue, giorno dopo giorno, con il volontariato, nella pratica quotidiana di autocura, nel percorso per diventare coach oncologica.
La storia di Francesca ci ricorda che anche nelle esperienze più difficili può nascere qualcosa di meraviglioso. Non è un percorso facile, né privo di dolore. Ma è un cammino possibile, soprattutto quando si ha il coraggio di guardare dentro di sé, accogliere emozioni e trasformare la fragilità in forza, non per essere una guerriera invincibile, ma semplicemente per essere più umani, più consapevoli, più vivi.
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