Tumore al polmone con metastasi e mutazione ROS1: la storia di Giulia

Giulia parte per l’Australia con una valigia piena di progetti e di antiacidi per la gastrite. Ma la tosse secca e l’affanno anomali la spingono al rientro in Italia. A Siena riceve la diagnosi: adenocarcinoma polmonare ROS1. Ecco il racconto di una giovane donna che ha imparato ad affidarsi ai medici, a convivere con terapie pesanti e a riprendersi il proprio spazio nella vita

Un tumore al polmone di stadio 4, con metastasi alla pleura, al fegato e a un osso del bacino. Quello che Giulia Dari, sviluppa a 38 anni è una forma rara di tumore al polmone caratterizzata da un’alterazione genetica che non si incontra spesso. 

Giulia è arrivata a Koala Strategy proprio perché stava cercando qualcuno che la potesse comprendere, una persona con una malattia e un percorso il più possibile simili ai suoi. Se c’è difficoltà a incontrare persone giovani, con una diagnosi di tumore al polmone al quarto stadio, diventa ancora più difficile trovare un’altra persona che stia vivendo l’adenocarcinoma polmonare ROS1.

Secondo i dati ufficiali, quello che tecnicamente viene definito riarrangiamento del gene ROS1 si verifica in circa l’1-2% dei pazienti con tumore polmonare non a piccole cellule, non fumatori e con meno di 40 anni.

La diagnosi crea un senso di isolamento

Giulia si sente una mosca bianca, fino a quando scopre la testimonianza di Valeria, che ha condiviso con Koala Strategy la sua esperienza con tumore del polmone ALK-positivo. Anche quello di Valeria è un sottotipo di tumore non a piccole cellule (NSCLC) raro (3-7% dei casi), che colpisce prevalentemente non fumatori, pazienti più giovani, spesso con metastasi già presenti alla diagnosi.

“Ci siamo conosciute così, Valeria ed io. Ho letto di lei su Koala Strategy e l’ho contattata. È stato un sollievo potersi confrontare, ci siamo parlate a lungo e non mi sono sentita più sola. Così, mi sono unita al suo gruppo WhatsApp che riunisce persone malate di tumore polmonare, magari con mutazioni diverse, sparse per l’Italia”.

“Amo camminare. E invece per l’affanno non riuscivo nemmeno a rincorrere l’autobus. Non mi riconoscevo”

"Sono partita con gli antiacidi in valigia"

La storia di Giulia Dari, trentottenne di Grosseto con una grande passione per la fotografia e i viaggi, comincia da un volo aperto per l’Australia, dove spera di trovare il suo futuro: un lavoro in uno studio fotografico o in una scuola d’arte.

“Sono partita dall’Italia, con qualcosa che non andava, però erano segnali banali: una gastrite, la tosse soprattutto da sdraiata, difficoltà a deglutire. Nel mio bagaglio ho messo una scorta di farmaci antiacidi in valigia: era l’unica cosa che riusciva un po’ ad attenuare il dolore”.

Giulia è un’insegnante ma ama andare alla scoperta di luoghi magici come l’India e Cuba. Però nella partenza per l’Australia c’è anche la ricerca di una vita nuova che le dia la possibilità di realizzare le sue aspirazioni.

Qualcosa non va, ma nessuno se ne accorge

A Sydney le cose non vanno come sperava e il disturbo diventa più presente e diffuso. “Il primo mese non riuscivo più neanche a dormire. Non era una gastrite normale. Mi svegliavo di notte, spesso, con un dolore che non passava più con niente”.

Giulia da un medico, consigliato dal coinquilino. Racconta i sintomi, ma qualcosa si perde. “Non mi ha nemmeno visitata. Probabilmente pensava che avessi solo problemi di insonnia. Così me ne sono tornata a casa con una ricetta per un tranquillante”.

La mente corre alla domanda che molti pazienti oncologici si fanno spesso: e se il medico fosse stato più attento, se avesse approfondito?
“Magari, se mi avesse auscultato il torace, come poi ha fatto lo pneumologo in Italia, si sarebbe accorto di qualcosa. O forse no, non sarebbe cambiato nulla. Mi dicono che quando il liquido è solo in un polmone serve un orecchio esperto” conclude rassegnata.

Giulia Dari racconta adenocarcinoma polmonare

Diagnosi di tumore al polmone: ultimi dati

  • Nuove diagnosi di tumore al polmone in Italia ogni anno: 43.900 100% 100%
  • Uomini 67% 67%
  • Donne 33% 33%

Quei sintomi del tumore al polmone difficili da riconoscere

Gli esperti sottolineano che il tumore del polmone può restare asintomatico nelle fasi iniziali e, quando dà segni, può manifestarsi con la tosse persistente, il respiro corto, stanchezza, infezioni respiratorie ricorrenti e altri sintomi ancora.

Quando questi disturbi compaiono, non significa automaticamente cancro ai polmoni, ma è opportuno un controllo.
Giulia oggi lo sa, allora non capiva e minimizzava.

“Io ho sempre amato camminare. Riuscivo a fare anche 10 chilometri la mattina per cominciare la giornata o la sera. Prima di partire per l’Australia mi allenavo in palestra, andavo a correre. Poi ho accusato una grande fatica: avevo l’affanno anche se non ero stanca. Non era normale”.

Perché spesso il punto non è tanto il singolo sintomo, ma l’anomalia rispetto al comportamento di sempre del proprio corpo. “Ho cominciato a dovermi fermare e prendere l’autobus perché non riuscivo a proseguire. Non mi riconoscevo in questo affanno. Sono sempre stata molto dinamica. Quello era un campanello d’allarme importante che non ho ascoltato. Quando sono rientrata dall’Australia, non riuscivo più neanche a fare le scale”.

Giulia minimizza la flebite alla gamba

Eppure, anche allora, la paura non si traduce in controlli medici. “Continuavo a non preoccuparmi come avrei dovuto. Se in Australia avessi trovato il lavoro desiderato in uno studio fotografico o in una scuola d’arte a Sydney, forse avrei continuato a non dare peso a quei sintomi. Il fatto di non riuscire a trovare la mia strada, è stato determinante. Ho pensato: c’è qualcosa che non va, troppe cose insieme non vanno nella direzione desiderata. Così ho deciso di rientrare”.

Due giorni prima del volo compare un altro segnale: una flebite alla gamba sinistra. “Era estesa su tutta la coscia interna, eppure non ho pensato che fosse una flebite perché non avevo mai avuto niente del genere. Mi sono detta che era un grosso livido. Quindi, con questa flebite che mi faceva molto male e mi impediva di camminare bene, ho preso l’aereo, correndo un rischio enorme. Per rientrare in Italia ci ho messo 25 ore”.

“Oddio, aiuto”: il polmone nell’Rx è bianco

Rientrata in Italia, Giulia si ferma a Milano per vedere le novità della Design Week. “Però non ce la faccio. Stavo male, e invece di andare subito in ospedale, prendo un treno per Siena”.

Finalmente si fa visitare da un angiologo che è categorico: Giulia è troppo giovane e priva di una familiarità per una flebite. Deve fare altri esami approfonditi. “Io però me ne sto tranquilla per un altro paio di settimane in attesa che la calza antitrombo e le iniezioni di calciparina nella pancia prescritte facciano effetto”.

Invece, l’affanno continua e arriva una tosse secca, strana. Giulia richiama l’angiologo, pensando a un effetto collaterale delle iniezioni. Lui lei dice chiaramente di andare dallo pneumologo.
“Non è stato così semplice avere la prescrizione per la visita specialistica, però. Il mio medico curante mi ha visitato e non ha sentito nulla di sospetto. Ho dovuto insistere per la prescrizione di un Rx al torace. In ospedale non c’era posto in tempi brevi, così sono andata al pronto soccorso”.

Anche la dottoressa che la visita, le conferma che non c’è niente di sospetto. Le dice che è stressata e nervosa. “Forse lo ero, perché non stavo bene e nessuno riusciva a dirmi che cosa avessi. Alla fine lei cede alle mie insistenze e mi fissa l’appuntamento per le lastre”.

Pochi giorni dopo, mentre è nella cabina dell’Rx, Giulia vede e sente il radiologo agitarsi dall’altra parte del vetro e gridare: ‘Oddio, aiuto, chiamate la dottoressa‘.

“Io nel panico, rimango immobile, pietrificata. Che cosa sta succedendo? Arriva la dottoressa e mi chiama nella stanza con loro, mi mostra l’immagine del mio polmone: tutto bianco, completamente. Mi dicono che c’è una polmonite, che devo andare subito da uno pneumologo”.

“La dottoressa mi disse che ero stressata e nervosa. E probabilmente lo ero, perché non stavo bene e nessuno sembrava occuparsene”

La paura improvvisa della TAC con il liquido di contrasto

Da quel momento tutto cambia. Giulia diventa ufficialmente una paziente. “In ospedale, a Siena, ho fatto le visite, la prima ecografia, poi l’appuntamento per togliere il liquido che hanno mandato ad analizzare per l’istologico. All’inizio hanno anche ipotizzato che fossi tornata con un virus contratto in Australia”.
In quel momento, la parola neoplasia polmonare non è ancora entrata nella stanza. Ma la strada degli accertamenti è cominciata.

La TAC con mezzo di contrasto crea un momento di panico per Giulia. “Quando la dottoressa ferma il macchinario e mi dice che serve il contrasto, io mi sono paralizzata. Non sapevo che cosa comportasse e non volevo farlo. Gli infermieri cercavano di convincermi, ma io ero terrorizzata. Così ho firmato e sono scappata. Il giorno dopo mi hanno chiamata dal reparto e mi hanno detto chiaramente che, se serviva il contrasto, dovevo farlo. E sono tornata” racconta, mentre il ricordo di quei momenti di irrazionalità le strappa una risata. Pochi giorni dopo arriva la chiamata dall’ospedale.

“Mi dicono: quando domani vieni a ritirare gli esami, passa prima un momento da noi in reparto. Quando entro nello studio dello pneumologo, lui ha il referto in mano e io lo blocco prima che possa parlare. Gli dico: ‘È un tumore?’. E lui mi risponde: ‘Sì, al 99%’”.

Giulia non sa niente di tumori, la malattia oncologica non è mai stata parte del suo mondo fino a quel momento. Così quando sente parlare di tumore al polmone, la sua paura nasce istintiva verso le metastasi. “Le metastasi erano qualcosa di cui avevo sempre sentito parlare e che associavo all’idea di cancro incurabile. Lo pneumologo però mi spiega che servono esami diagnostici specifici per inquadrare con precisione la malattia”.

adencarcinoma polmone sintomi e terapia Giulia Dari testimonianza

L’immunoterapia nel reparto di uno dei maggiori esperti mondiali

Quindi Giulia si sottopone a esami e alla PET nel reparto di immunoterapia oncologica dell’ospedale di Siena. “Io al tempo non lo conoscevo, poi ho scoperto di essere stata molto fortunata: perché il professor Michele Maio è uno dei maggiori esperti mondiali nel campo dell’immunoterapia oncologica”.
Il professor Michele Maio, autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche su riviste di grande rilievo internazionale, tra cui Lancet Oncology, Clinical Cancer Research e Journal of Clinical Oncology, è stato premiato con il prestigioso riconoscimento in ‘Clinical Needs e Translational Research in Oncology‘, per il suo contributo nella decodifica dei meccanismi di interazione tra tumore e sistema immunitario, fondamentale per potenziare l’efficacia dei farmaci immunoterapici in associazione alla chemioterapia. Grazie ai suoi studi sono stati compiuti significativi passi avanti che aprono nuove prospettive per il trattamento di diversi tumori complessi.

“Mi dissero che il tumore non era operabile, ma si poteva curare grazie a una speciale terapia. Quella era una grande notizia. Per me era un’informazione sufficiente”. Giulia non vuole i dettagli, le basta la competenza e la sicurezza dei medici che la curano. “Non volevo sapere altro. Anzi, troppe informazioni avrebbero aggravato il mio stato di salute mentale. Volevo speranze. Non essendo medico, mi bastava sapere che si poteva curare. E mi sono affidata. È quello che faccio ancora oggi: mi affido continuamente”.

“Non volevo conoscere i dettagli delle terapie. Volevo speranze. Non essendo medico, mi bastava sapere che si poteva curare. E mi sono affidata.”

Che cos'è un adenocarcinoma polmonare

Il referto di Giulia parla di adenocarcinoma polmonare in stadio avanzato, poi tradotto in tumore al polmone stadio 4. L’adenocarcinoma è uno dei principali tipi di tumore ai polmoni e rientra nel grande gruppo del Carcinoma Non a Piccole Cellule, o NSCLC che rappresenta circa l’85% dei casi di tumore del polmone. Tra i suoi sottotipi, nel 60% dei casi si tratta di adenocarcinoma, il tumore polmonare più frequente nei non fumatori.

In altre parole, quando si parla di tumore del polmone non a piccole cellule, non si indica una sola malattia uguale per tutti, perché contano lo stadio, la sede, l’estensione, ma anche il profilo molecolare della malattia. Nel caso di Giulia, passano diversi giorni in ospedale prima che il nome completo della malattia diventi ancora più specifico: adenocarcinoma ROS1 positivo.

La scoperta della mutazione genetica rara

“Sono rimasta ricoverata in ospedale 20 giorni perché l’esame istologico non riusciva a identificare la mutazione associata al mio tumore. Il motivo, come si è visto dopo, è che si tratta di una mutazione molto rara. A un certo punto decisero di inviare tutto a un laboratorio esterno, credo addirittura all’estero, e finalmente arrivò la risposta: la mutazione era ROS1”.

Le alterazioni di ROS1 sono rare: i dati ufficiali indicano che i riarrangiamenti ROS1 si osservano in circa l’1-2% dei pazienti con NSCLC, carcinoma polmonare non a piccole cellule. Per queste forme, nei casi localmente avanzati o metastatici, le terapie con inibitori tirosin-chinasici ROS1 rappresentano uno standard terapeutico in diversi contesti.

“La mia paura erano le metastasi, ma solo perché le avevo sempre sentite nominare come qualcosa di definitivo,  irreparabile”

esami tumore al polmone lastre

Pazienti con tumore al polmone e mutazione ROS1+

  • Rispondono alle terapie mirate 65% 65%
  • Necessitano di più linee di terapia o nuovi farmaci 35% 35%

Si tratta di stime basate su studi internazionali, perché ogni persona ha una storia clinica unica.

Tumore polmone metastatico: “non volevo saperlo”

All’inizio, non essendo ancora chiara la mutazione, Giulia riceve chemio e immunoterapia.
“Subito dopo il ricovero, non avendo ben chiaro il tipo di mutazione, mi hanno fatto delle flebo con chemio e immuno. Quando dopo tre settimane è arrivato il risultato dell’istologico esatto e ho iniziato una terapia con un farmaco target: Entrectinib, un farmaco a bersaglio molecolare”.

Gli approfondimenti diagnostici chiariscono l’estensione della malattia. “Le metastasi che temevo sono arrivate un po’ ovunque: polmone destro, pleure, il fegato e un osso del bacino”.

Giulia oggi lo dice oggi in modo diretto. Ma allora non voleva saperlo. Quando un tumore al polmone con metastasi coinvolge organi a distanza, si parla di malattia al quarto stadio o tumore avanzato. La storia di Giulia non cancella la gravità di una diagnosi simile, anzi mostra come, grazie alla ricerca, oggi sia possibile intervenire con successo grazie a strade terapeutiche che fino a pochi anni fa non esistevano.

“Anche se ci si cura con le pastiglie, si sta male lo stesso. Gli effetti collaterali sono molti e ad alto impatto.”

La terapia mirata con l'Entrectinib

I farmaci a bersaglio molecolare agiscono in modo mirato contro specifiche caratteristiche delle cellule tumorali. L’Entrectinib è uno di quei farmaci antitumorali mirati, per inibire l’attività tirosin-chinasica alterata legata al riarrangiamento del gene ROS1, TRK e ALK. Ovvero, sono formulati per bloccare gli enzimi difettosi che stimolano la proliferazione delle cellule tumorali.

Oggi ci sono diversi farmaci, tra in fase di sviluppo e approvati, che inibiscono la proliferazione cellulare e inducono la morte delle cellule tumorali. Sono mirati, si assumono per bocca, ma non per questo sono leggeri. Giulia ci tiene a dirlo senza giri di parole. “Vorrei sottolinearlo: sono pastiglie, però si sta male lo stesso. Non sono una passeggiata”.

La terapia è stata abbastanza pesante, soprattutto il primo mese, ci racconta Giulia. “Gli effetti collaterali c’erano: avevo perso la sensibilità alle mani, ai palmi. Avevo dolori, soprattutto alle gambe. La prima settimana mi sembrava di avere la febbre a 40. Non sentivo più il sapore dei cibi, un po’ come con il Covid: si chiama disgeusia. Poi il gonfiore ovunque, gli anelli non mi stavano più nelle dita. E ovviamente la stanchezza”.

Dopo sette mesi, qualcosa cambia. “Mi torna la tosse, mi sento di nuovo un po’ affaticata. Mi visitano e mi dicono che serve una TAC veloce. Mi hanno tolto un altro mezzo litro di liquido pleurico dal polmone malato. Ma poi il liquido si riforma e dopo una settimana me ne tolgono un altro mezzo litro: la malattia era ripartita. La terapia con l’Entrectinib non era più efficace”.

Toracentesi, drenaggio, talcaggio: le armi contro il liquido pleurico

“In tutto credo di avere fatto sette o forse otto toracentesi, cioè l’intervento per aspirare il liquido dal polmone. Per fare la toracentesi si fa un’anestesia ed è sopportabile. Io poi ho sempre trovato uno staff medico fantastico” racconta.

Diversamente, il drenaggio è più difficile da sopportare. “Mentre ero ricoverata avevo il drenaggio fisso. Quello è veramente doloroso, nonostante gli antidolorifici. È un ago inserito nel torace che aspira il liquido pleurico. Non lo tolgono mai. I primi giorni è molto doloroso, poi dopo 15 giorni il corpo si abitua. Però è dura”.

Durante il ricovero, aggiunge Giulia, eseguono anche un talcaggio pleurico. “Mi hanno fatto un talcaggio: in pratica inseriscono questo speciale talco nel polmone per impedire che si formi troppo liquido pleurico, o almeno per ridurlo”.

“Credo di avere fatto sette o forse otto toracentesi per aspirare il liquido che si riformava nel polmone. Ma con l’anestesia è un intervento sopportabile.”

La terapia non funziona più, serve una nuova terapia

Quando Entrectinib non ha più l’efficacia iniziale, l’ospedale valuta una terapia sperimentale al Regina Elena di Roma. “Sono rimasta sospesa in un limbo per circa un mese. Poi alla fine non se n’è fatto niente, per questioni burocratiche”.
Giulia resta in cura all’Ospedale Le Scotte di Siena. “Mi comunicano che posso proseguire con un’altra terapia con Lorlatinib. Io, sempre ad occhi chiusi, accetto. Vado a ritirare le pastiglie nella farmacia dell’ospedale e da lì comincio questa cura, che da marzo dell’anno scorso sto ancora seguendo”.
Lorlatinib è un inibitore di terza generazione, attivo sia sui tumori non trattati che su quelli che hanno sviluppato resistenza a precedenti TKI. “Questo farmaco è formulato principalmente per il tumore polmonare ALK positivo, quindi una mutazione diversa dalla mia. Però si sta dimostrando efficace anche nel mio tumore polmonare ROS1 positivo ”.

Si può guarire da un adenocarcinoma pomonare?

Questa è la domanda che molti pazienti si fanno dopo una diagnosi di adenocarcinoma polmonare. La risposta più onesta è: dipende dallo stadio, dalle caratteristiche molecolari del tumore, dalla risposta alle cure, dalle condizioni generali della persona e dall’evoluzione della malattia.

Nel tumore non a piccole cellule, la chirurgia è spesso la scelta principale quando la malattia è localizzata; se sono già presenti metastasi a distanza, l’approccio cambia e si ricorre più spesso a terapie farmacologiche, radioterapia o combinazioni di trattamenti, in base al caso specifico.

Per un tumore al polmone metastatico non è corretto parlare con leggerezza di guarigione. Ma non è corretto nemmeno togliere speranza. Ci sono persone che ottengono risposte molto importanti alle terapie, anche per tempi lunghi. Ci sono malattie che diventano controllabili, percorsi che cambiano direzione, farmaci che riducono la massa tumorale e permettono di vivere.

“Il farmaco che prendo ora si sta rivelando miracoloso. Anche se ha un sacco di effetti indesiderati importanti, per me è la salvezza perché ha ridotto la malattia. Non l’ha tenuta a bada: l’ha proprio cancellata” racconta Giulia con grande sollievo. “Dall’ultima TAC fatta, il mio tumore al polmone al quarto stadio, quindi con più organi coinvolti, attualmente risulta morto. I medici non utilizzano questo termine, lo definisco io così. È diventato una cicatrice di pochissimi millimetri che non è alimentata. Non ci sono più cellule neoplastiche, ma solo residui cicatriziali”.

“Devo rapportarmi con un corpo che non è più quello che conosco, e che non obbedisce alle mie richieste”

Gli effetti collaterali su un corpo che cambia

Questo non significa che la terapia sia completata. “Devo continuare a curarmi e per ora non è prevista una data di fine terapia. Ma io sono già contenta così”.

Ovviamente, vivere con una terapia target significa anche fare i conti con un corpo che cambia. “Gli effetti collaterali antipatici sono tanti: gonfiore, aumento di peso, aumento a dismisura del colesterolo, infatti devo prendere le statine. Dolori muscolari persistenti. Adesso che arriva l’estate poi, mani e piedi con il caldo diventano bollenti, devo mettere il ghiaccio altrimenti non riesco a dormire”.

L’assunzione di farmaci si riflette anche a livello neurologico. “C’è un po’ di confusione, ti dimentichi le cose più facilmente, poi mal di testa. Però quelli più invalidanti sono i dolori muscolari. Ci sono sempre, non passano mai. Nel corso dell’anno mi hanno ridotto il dosaggio, però questi dolori rimangono”, spiega con un senso di accettazione e un lavoro di resilienza ben lontani dalla retorica della guerriera.

“Devo rapportarmi con un corpo che non è più quello che conosco, e che non obbedisce alle mie richieste: andare a correre la mattina, rincorrere il bus se sono in ritardo, andare in bici. Mi stanco prima, ho un aspetto diverso, non mi entrano più i vestiti che ho nell’armadio, nonostante la forza di volontà che mi sostiene per fare yoga e a camminare ogni giorno”.

Giorno dopo giorno, Giulia sta imparando ad adattarsi senza smettere di riconoscersi. “Con la prima terapia ho perso un bel po’ di capelli, che adesso stanno ricrescendo. Poi devo seguire un’alimentazione specifica, la terapia mi obbliga a una dieta senza zuccheri. Quando ti rapporti con gli altri c’è sempre qualcosa che devi dire: questo non lo posso fare, questo non lo posso mangiare. E allora si apre il mondo delle domande di chi riceve la notizia del mio tumore”.

“Ci sente soli ad affrontare la malattia. Soprattutto quando non incontri coetanei con cui condividere paure, incertezze… Poi sono arrivata a Koala Strategy, è stato importante.”

Fertilità e menopausa indotta: una decisione difficile

Quando hai 38 anni, una diagnosi di tumore al polmone con metastasi entra anche nei progetti di maternità.
“Per cercare di preservare le ovaie mi hanno proposto la menopausa forzata. Sono stata in menopausa indotta per tre o quattro mesi e poi l’ho rifiutata perché mi dava troppo fastidio. Già stavo male con le terapie, con la menopausa era ancora peggio. Era estate, faceva molto caldo, la notte non dormivo dai dolori e sudavo”.

Il ginecologo, racconta Giulia, è stato chiaro. “Mi disse: non sappiamo con esattezza se questa menopausa indotta riesce a preservare le ovaie. Quindi ho sospeso. Ora ho il ciclo, ma non posso avere figli biologici”.

È una delle frasi più asciutte dell’intervista. Colpisce perché è scevra da ricerca di compassione, e ti costringe a vedere quanto una diagnosi oncologica può allargarsi oltre la malattia: nel corpo, nella fertilità, nelle scelte future, nell’identità.

Prendersi cura di sé e fare gruppo

Dentro tutto questo, Giulia non parla di rinascita come slogan, è la sua verità.
“In mezzo a questo vortice ho scoperto una marea di cose nuove molto belle. Ho cominciato a prendermi cura dell’anima. Sto imparando a eliminare tutto ciò che fa male nella vita. Vado alla sostanza delle cose e cerco di lasciare la superficialità a debita distanza da me”.

La malattia non rende pe forza migliori. Non insegna sempre qualcosa. Non va caricata di significati che un paziente non ha chiesto. Però può cambiare le tue prospettive. A Giulia è successo così. Anche se a tratti resta il senso di solitudine.
“Nel mio reparto raramente incontro persone della mia età con cui potermi confrontare. Ed è stato un aspetto che mi ha fatto sentire diversa” confessa. “Poi, cercando qualcuno con un’esperienza simile, sono arrivata a Koala Strategy e alla testimonianza di Valeria, anche lei con un adenocarcinoma polmonare. Conoscere lei e altre persone di diverse età, anche ragazze giovani sparse per l’Italia è molto utile. Capisco che non sono sola”.

Tumore polmone metastatico

Oltre la malattia c'è il futuro da disegnare

“Quello che oggi vorrei dire a chi riceve una diagnosi simile è di non avere paura. Le terapie ci sono, sono tante e in Italia abbiamo medici bravissimi. Non abbiate paura di fare i controlli, fateli subito. Ci sono tante speranze concrete e tante storie che finiscono bene”.

Non significa che tutto sia semplice o che ogni storia vada nello stesso modo. Vuol dire che anche davanti a una diagnosi di tumore ai polmoni con metastasi le prospettive di futuro ci sono.

“Oggi si può sopravvivere e si può vivere anche con tumori importanti. La cosa fondamentale è affidarsi ai medici ospedalieri, perché loro sanno quello che fanno”.

Il futuro di Giulia ha ancora la forma del movimento, anche se magari con un passo diverso per il momento. “Per ora posso concedermi viaggi brevi, ma il mio sogno di tornare in Australia a salutare gli amici che ho lasciato all’improvviso, di scoprire tanti Paesi dell’Asia che ancora mi mancano, è vivo e vegeto”.

E noi le auguriamo di realizzarlo presto. 

Tante novità in una mail!

La nostra newsletter ti segnala interviste con i medici, testimonianze di chi è guarito dal cancro e di chi lo sta affrontando. Trovi consigli utili per migliorare la qualità della vita e...

Tanta energia positiva!
Unisciti alla nostra Koalizione: insieme il cancro fa meno paura.