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Atrofia vulvo vaginale: cosa fare durante e dopo la terapia oncologica

Durante le terapie oncologiche spesso non si possono usare estrogeni. Come gestire i sintomi dell’atrofia vulvare e vaginale, fibrosi e infezioni vaginali con soluzioni naturali e farmacologiche, alternative agli ormoni? Ce lo spiega la dottoressa Nicoletta Cotrozzi, ginecologa. Una guida per ridurre dolore, secchezza e difficoltà ai rapporti.

Lo ripetiamo sempre che le terapie oncologiche sono indispensabili perché ci salvano la vita. Ma è anche vero che le donne ne pagano spesso un prezzo alto, per via dei disturbi dell’apparato genitale femminile che scatenano.

Gli interventi chirurgici come l’asportazione delle ovaie, e i trattamenti che sopprimono la funzione ovarica, la radioterapia pelvica o i farmaci che comportano una menopausa forzata generano sintomi diversi, più o meno intensi, varabili da paziente a paziente.

Certo è che l’atrofia vulvo vaginale comporta assottigliamento, secchezza e perdita di elasticità delle mucose vulvari e vaginali. Il calo degli estrogeni innesca questi sintomi tipici della menopausa, che colpiscono anche donne più giovani sottoposte a terapie oncologiche.

Abbiamo parlato insieme alla dottoressa Nicoletta Cotrozzi, ginecologa del team Studio Semprini e specialista in Ostetricia e Ginecologia all’Ospedale San Carlo di Milano, delle possibili soluzioni mediche per migliorare la qualità della vita di tutte le donne che non vogliono più soffrire per l’atrofia vulvare vaginale e per gli altri effetti correlati e indesiderati delle terapie oncologiche.

Sintomi dell’atrofia vaginale

“Le terapie oncologiche che impattano sull’apparato genitale femminile sono principalmente la terapia radiante pelvica per i tumori dell’endometrio e della cervice, e la terapia per i tumori della mammella” dice la dottoressa Nicoletta Cotrozzi, ginecologica all’Ospedale San Carlo di Milano. “L’effetto immediato è anche quello più evidente, ovvero la secchezza vaginale, sintomo frequente dell’atrofia vaginale per cui le donne chiedono aiuto al ginecologo. Perché con l’atrofia vulvo-vaginale la vita sessuale ovviamente decade”.

L’impatto delle terapie oncologiche genera un quadro simile alla sindrome genito urinaria della menopausa: secchezza, bruciore e prurito, fragilità delle mucose, dolore e difficoltà durante i rapporti o alle visite ginecologiche. “Questi problemi sono particolarmente frequenti con la chemioterapia, la radioterapia e, quando subentra la menopausa forzata, si aggiungono all’abbattimento totale degli estrogeni, tra cui il testosterone implicato nel desiderio e nell’eccitazione sessuali” dice la dottoressa Cotrozzi. ”Anche la mucosa uretrale può assottigliarsi, perdere la capacità di svuotare bene la vescica innescando infezioni vescicali ricorrenti”.

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La dottoressa Nicoletta Cotrozzi, specialista in ginecologia e ostetrica all’Ospedale San Carlo di Milano, nel team dello Studio Semprini a Milano.

Acido ialuronico: non solo creme, gel e ovuli

Insomma il quadro è chiaro e scoraggiante. Ed è per questo che vogliamo capire se e come è possibile contenere i danni.

“Durante la chemioterapia e la radioterapia, purtroppo non c’è molto da fare perché tutti i farmaci che tendono a recuperare il trofismo vaginale, quando parliamo appunto di secchezza, sono a base di estrogeni e quindi durante la terapia sono controindicati. Si può però puntare sull’applicazione di prodotti specifici: gli ovuli, le creme e i gel di acido ialuronico con vari tipi di somministrazione” spiega la dottoressa.

“Il trattamento che si è più diffuso di recente è l’elettroporazione medica, una tecnica attraverso impulsi elettrici facilita la penetrazione nella mucosa di principi attivi, come l’acido ialuronico, per trattare i disturbi di secchezza, atrofia, vulvodinia, incontinenza e dolore durante i rapporti”.

Il trattamento è indolore e particolarmente efficace, perché l’acido ialuronico migliora l’atrofia dei tessuti vaginali e la vascolarizzazione, contrastando così secchezza e prurito.

Fitostimoline: applicazione fai da te

“Un’altra strada è quelle delle fitostimoline, un gel vaginale che noi ginecologi consigliamo spesso perché si usa anche nelle donne in menopausa che non vogliono fare la terapia ormonale” spiega la specialista. ”Forma un film protettivo che aiuta a ripristinare il microambiente vaginale grazie all’estratto di grano e allo stesso tempo riduce il rischio di contaminazione batterica”.

Un prodotto semplice da usare con in più la comodità di poter fare tutto da sole: ogni donna può applicarlo comodamente grazie alla cannula monouso presente nella confezione.

Il laser che riattiva la produzione di collagene

Anche i trattamenti con il laser e l’ossigeno funzionano? “Certamente. Non sono la prima scelta perché non hanno ancora validazioni scientifiche. Ma servono per migliorare la vascolarizzazione locale” rassicura la dottoressa. “Per esempio, oggi molte pazienti oncologiche, con tumore al seno o genitale, che non possono seguire terapie ormonali, per prevenire e trattare l’atrofia vaginale scelgono di fare qualche seduta di un nuovo trattamento laser a CO2 frazionato, realizzato appositamente per la mucosa vaginale che contrasta gli effetti del calo estrogenico sui tessuti vaginali, riattivando la produzione di collagene”.

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Contro i sintomi dell’atrofia ginecologica ci sono rimedi naturali, da fitostimuline e probiotici vaginali a laser, acido ialuronico ed elettroporazione medica.

I probiotici vaginali per tenere lontane le infezioni

“Durante la chemioterapia si possono usare i probiotici vaginali per equilibrare il pH vaginale, che sono anche di ovuli, gel o compresse che aumentano il trofismo della vagina” spiega la dottoressa.

I probiotici vaginali sono integratori che rafforzano la barriera naturale contro le infezioni, perché aiutano a ripristinare la flora batterica sana, supportando la prevenzione di disturbi vaginali.

Testosterone in un cerotto

Infine, non tutti sanno che con la menopausa forzata dalle terapie oncologiche le donne arrivano a perdere quasi tutto il testosterone e con sé il desiderio sessuale. “Non solo, con la perdita del testosterone si perde anche la sua azione antinfiammatoria. Ecco perché a volte si applicano sulla pelle del corpo i cerotti di testosterone o si richiedono preparati galenici dal farmacista specializzato. Attenzione, però, è necessario rivolgersi sempre a medici esperti: se si sbagliano le dosi una donna si ritrova con barba, baffi e vocione maschile” avverte la ginecologa.

Il sesso è terapeutico

Può sembrare strano, ma avere rapporti sessuali è un’ottima soluzione per tenere in forma la vagina durante le terapie oncologiche.
“Effettivamente è facile da dire, ma meno da mettere in pratica. Perché bisogna considerare il quadro completo di una donna che ha il cancro. Sta male perché la radioterapia, la chemioterapia, l’ormonoterapia ti distruggono” puntualizza la dottoressa.

“Vivi con la nausea, il vomito, i capelli che cadono. E non ci sono solo i capelli, succede anche a ciglia, sopracciglia e pure ai peli del naso senza i quali il muco cola liberamente. Quindi il quadro complessivo fa perdere facilmente interesse nella sessualità, ed è comprensibile”.

Se la voglia di rapporti latita, la soluzione arriva dai dilatatori vaginali. “Sono strumenti molto efficaci perché la vagina è amica della donna, se la metti in movimento si attiva subito per collaborare”.

Prima e dopo le terapie: cambiano le armi a disposizione

Davanti ai sintomi dell’atrofia vulvo vaginale, idratazione e movimento si confermano quindi le strategie migliori da mettere in atto durante le terapie per contrastarne gli effetti indesiderati.

“La fisioterapia del pavimento pelvico, i dilatatori, gli ovuli e l’elettroporazione, sono i metodi più efficaci, che però hanno effettivamente un limite quando una donna deve seguire la terapia ormonale, perché si tratta di cure che hanno una durata minima di cinque anni. Purtroppo metodi ormonali, che sarebbero risolutivi contro questi sintomi, in questa fase non si possono utilizzare, perché l’oncologo non dà ovviamente il permesso”.

Una volta concluse le terapie, la situazione cambia. “Oggi che, finalmente, c’è il via libera all’utilizzo del principio attivo ospemifene si può curare l’atrofia vaginale con una semplice pillola per bocca. Senza bisogno di inserire nulla in vagina, prendi la compressa tutti i giorni e rimetti in moto la lubrificazione vaginale. ” racconta la dottoressa Cotrozzi.

“L’ospemifene è un modulatore selettivo del recettore estrogenico, approvato sia per le donne che hanno l’atrofia vulvovaginale e la secchezza vaginale, ma non vogliono fare le terapie ormonali locali, sia per le donne che hanno finito le cure adiuvanti dopo un tumore alla mammella, perché riduce la secchezza vaginale e continua a proteggere il seno. Si tratta di un farmaco speciale perché risolve ogni problema in maniera semplice e aiuta a tornare a vivere l’intimità con il partner.”

L’ospemifene si può infatti considerare un “parente” del tamoxifene e quindi sicuro per la mammella, che attenua i sintomi tipici della sindrome genito-urinaria della menopausa.

Rapporto più aperto tra medico e paziente

Le strade da battere per non rendere ancora più facile il percorso di cure oncologiche ci sono, bisogna però superare l’imbarazzo e parlare dei disturbi fin da quando danno i primi sintomi. “Molte donne con queste terapie hanno secchezza, dolore ai rapporti o riduzione del desiderio, un medico attento può invitare la paziente ad aprirsi, basta anche solo un: ‘Se succede anche a lei, me lo dica senza problema, perché si può intervenire’, per fare abbassare la barriera di pudore che trattiene dal parlare” conclude la dottoressa Cotrozzi. “Se l’interessamento verso il benessere a 360 gradi diventa “protocollo”, per la paziente non sarà più un tema imbarazzante o fuori luogo”.

Contributor

Nutrizionista Istituto Nazionale dei Tumori, Patrizia Pasanisi

Dottoressa Nicoletta Cotrozzi, ginecologa del team Studio Semprini di Milano e specialista in Ostetricia e Ginecologia all’Ospedale San Carlo di Milano.

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