Carcinoma della vescica: come si cura uno dei tumori più diffusi
Se stai leggendo questo articolo, probabilmente sai cosa significa avere a che fare con il tumore della vescica, magari in prima persona o perché stai accompagnando qualcuno che ami in questo percorso.
Dal congresso ESMO 2025 (European Society for Medical Oncology) che si è appena concluso a Berlino, sono arrivate novità davvero importanti.
Prima raccontare le novità nelle cura del carcinoma della vescica, serve una premessa. Anche se non si parla spesso del tumore della vescica, è un tumore molto più diffuso di quanto si creda: è la quinta neoplasia per incidenza in Italia, con circa 31 mila nuovi casi nel 2024. Non sono numeri da poco.
Tumore alla vescica: sopravvivenza a 5 anni
C’è un dato che fa riflettere: i casi sono in aumento tra le donne soprattutto. Il motivo? Il fumo di sigaretta risulta collegato a circa la metà dei casi del tumore alla vescica. Purtroppo, le donne fumano sempre di più e ne pagano anche le conseguenze.
Il lato positivo è che nel 75% delle diagnosi la neoplasia vesicale viene scoperta in fase iniziale, quando è ancora superficiale e non ha invaso la parete muscolare della vescica. In questi casi, la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è alta: otto pazienti su dieci sono vivi.
Sintomi del tumore alla vescica
Se noti sangue nelle urine, non rimandare un controllo medico. Questo è un importante campanello d’allarme da non ignorare per diagnosticare tempestivamente la neoplasia vescicale. Potrebbe non essere niente di grave (ci sono tante cause benigne, come i calcoli), ma è meglio effettuare subito le analisi e cure adeguate. Una diagnosi precoce significa maggiori possibilità di guarigione e terapie meno invasive.
Il grande problema: le recidive
Uno dei maggiori ostacoli nella lotta contro il tumore della vescica è l’altissima percentuale di recidive. Anche dopo un intervento riuscito, il tumore tende a ripresentarsi, costringendo i pazienti a nuovi cicli di terapia o altri interventi chirurgici. Ed è proprio qui che arrivano le novità più interessanti dal congresso di Berlino.
Studio POTOMAC: un passo avanti per chi è ad alto rischio
Circa la metà dei pazienti con carcinoma vescicale non muscolo-invasivo è classificata ad alto rischio di recidiva. Attualmente la cura standard prevede la rimozione del tumore alla vescica con intervento chirurgico endoscopico (TURBT) seguita dall’instillazione di Bacillus Calmette-Guérin nella vescica. Purtroppo, circa l’80% dei pazienti ha una recidiva entro cinque anni.
Lo studio POTOMAC giunto in fase tre, ovvero quella che precede l’approvazione di una nuova terapia, dimostra che l’aggiunta di un anno di immunoterapia con durvalumab riduce del 32% il rischio di recidiva. Il durvalumab è un anticorpo monoclonale che impedisce al tumore di “nascondersi” dal sistema immunitario.
In base ai numeri, con questa cura dovrebbero aumentare di un altro 5% le possibilità di vita libera da malattia a due anni, rispetto alla terapia standard.
Può sembrare una differenza irrisoria, ma per chi vive questa situazione ogni punto percentuale conta. Anche perché parliamo di una malattia per la quale non si registravano progressi nelle terapie da almeno un decennio.
Professor Thomas Powles, Direttore del Barts Cancer Centre at St. Bartholomew’s Hospital a Londra.
Tumore vescica infiltrante: biopsia liquida come bussola per l’immunoterapia
C’è poi un’altra ricerca che si è concentrata sui pazienti con carcinoma muscolo-infiltrante, ovvero quelli che per via di una diagnosi di tumore delle vescica infiltrante hanno subito l’asportazione completa della vescica (cistectomia).
Immagina di aver appena affrontatoquesto intervento invasivo. Ti ritrovi con un bivio davanti: fare l’immunoterapia per un anno “per sicurezza” o aspettare e vedere cosa succede?
Lo studio IMvigor011, giunto a fase tre, ha trovato un’altra strada. La chiave si chiama biopsia liquida, la tecnica che analizza il tuo sangue alla ricerca di frammenti di DNA tumorale circolante (ctDNA). È come avere una spia che ti dice se ci sono ancora cellule cancerose in giro per il corpo dopo l’intervento.
Ecco come ha funzionato lo studio: i pazienti con ctDNA positivo (quindi con tracce di malattia residua molecolare emerse dalla biopsia liquida) sono stati divisi in due gruppi: uno ha ricevuto l’immunoterapia con atezolizumab per un anno, l’altro un placebo.
Nei pazienti sottoposti a terapia con atezolizumab si è registrata una riduzione del 36% di recidive e mortalità rispetto al gruppo placebo. Una notizia davvero ottima.
Ed è interessante anche il dato emerso tra i pazienti che, in base alla biopsia liquida negativa, sono stati esclusi dalla immunoterapia: per loro la sopravvivenza libera da malattia è del 95% dopo un anno di monitoraggio e del 88% a due anni.
Questo cosa significa? Lo spiega chiaramente Thomas Powles, autore dello studio del Barts Cancer Institute di Londra: “Ai pazienti che risultano persistentemente negativi al ctDNA, si può risparmiare il trattamento con l’immunoterapia. E quindi anche evitare loro l’eventuale tossicità di una terapia di cui non hanno bisogno, oltre a evitare una spesa inutile”.
Nuove opzioni per chi non può fare la chemio
All’Esmo 2025 hanno presentato altri importanti esiti di uno studio che interessa sempre i pazienti con il tumore della vescica aggressivo, cioè quello muscolo invasivo.
Non tutti possono fare la chemioterapia standard con cisplatino, magari per l’età avanzata, per la presenza di altre patologie o perché gli effetti collaterali sarebbero troppo pesanti.
Per questi casi, i risultati raggiunti dallo studio fase tre KEYNOTE-905 sono molto importanti. Una terapia che prevede l’abbinamento di enfortumab vedotin (un anticorpo coniugato) e pembrolizumab (immunoterapia), sia prima che dopo l’intervento chirurgico riduce il rischio di recidive del 60% e dimezza la mortalità, rispetto alle cure standard attuali di cura, nei pazienti che non possono fare la chemioterapia.
Cosa significa tutto questo per te
Se sei un paziente o stai accanto a qualcuno con un tumore della vescica, questi studi ti dicono una cosa importante: la ricerca sta facendo passi avanti veri. Non sono solo piccole ottimizzazioni, ma cambiamenti che possono fare la differenza concreta sulla tua vita e sulla possibilità di guarigione.
La direzione è chiara, aumentano gli strumenti a disposizione che permettono di personalizzare maggiormente le cure per una rapida guarigione e sempre più lontana dal rischio di recidive.
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