Insonnia e tumore: perché i malati di cancro dormono male e quali cure
L’insonnia e i disturbi del sonno sono frequenti e debilitanti nei pazienti oncologici. Nonostante l’impatto sulla qualità della vita, sulla risposta immunitaria e potenzialmente sulla sopravvivenza, la difficoltà nel riposare bene viene spesso sottovalutata, diagnosticata e quindi non trattata adeguatamente. Ne parliamo insieme alla dottoressa Irene Pinucci.
Cancro e insonnia si influenzano reciprocamente: la malattia e i trattamenti (chemioterapia, radioterapia, chirurgia) alterano i ritmi circadiani e i processi fisiologici, mentre la privazione del sonno può accelerare la progressione tumorale, ridurre l’efficacia terapeutica e interferire con la prognosi.
“I disturbi del sonno colpiscono fino al 60-70% di chi affronta un tumore, una percentuale drasticamente superiore rispetto alla popolazione generale, tendendo spesso a cronicizzarsi anche dopo le terapie” spiega la dottoressa Irene Pinucci, psichiatra e autrice di uno studio sull’insonnia nei malati di cancro, condotto al Dipartimento di Neuroscienze Umane della Sapienza. “I pazienti con tumore mammario, polmonare e ginecologico, sono quelli che più soffrono di questo tipo di disturbi”.
Insonnia: un disturbo diffuso nei malati di cancro
“L’insonnia nei pazienti oncologici è un fenomeno complesso, influenzato da fattori biologici, stress psicologico ed effetti collaterali delle terapie antitumorali” spiega la psichiatra.
I sintomi si manifestano spesso già alla diagnosi di tumore. Secondo i dati, circa il 50% dei pazienti accusa disturbi del sonno, che possono prolungarsi anche dopo la fine delle cure, fino a 10 anni nei sopravvissuti al cancro al seno. Purtroppo, solo una piccola percentuale riferisce spontaneamente i disturbi del sonno durante le visite oncologiche, poiché la priorità viene data al controllo del tumore.
Perché compare l’insonnia nei pazienti oncologici
Lo stile di vita influisce in modo determinante sulla qualità del riposo, e include anche il modo in cui gestiamo lo stress. “Ci sono abitudini e comportamenti che mantengono o peggiorano i disturbi del sonno nel tempo, ed è per questo che il primo passo per la cura dell’insonnia durante la malattia oncologica è la Terapia Cognitivo-Comportamentale” spiega la specialista. “Mentre l’approccio farmacologico, per quanto sia ampiamente utilizzato, richiede sempre attenzione per via delle complesse interazioni con le terapie oncologiche in atto”.
La psicoterapia cognitivo comportamentale è un trattamento non farmacologico efficace in gran parte dei casi. Circa il 75% delle persone con disturbi del sonno può superare il problema grazie a un percorso psicoterapeutico, che mira a modificare pensieri e comportamenti disfunzionali correlati al riposo.
“Nei pazienti oncologici, per comprendere l’interazione tra i fattori generali e specifici del cancro coinvolti nell’insonnia correlata al cancro è utile valutare i fattori del cosiddetto Modello 3-P” spiega la psichiatra. “Ci sono fattori comportamentali (come passare troppo tempo a letto o avere orari di sonno irregolari) che possono trasformare l’insonnia da transitoria a cronica. La tendenza a passare molto tempo a letto durante il giorno, tipica di chi soffre di affaticamento oncologico (fatigue), può alimentare un circolo vizioso che impedisce il riposo notturno efficace”.
I disturbi del sonno sono diffusi tra i malti di tumore. Servono diagnosi immediate e cure adeguate.
Insonnia cronica: occhio a questi fattori
Ci sono tre tipi di fattori comportamentali che interagiscono nel tempo, e trasformano un problema acuto in una condizione cronica. “Abbiamo i fattori predisponenti che rendono una persona più vulnerabile a sviluppare il disturbo, come tratti di personalità ansiosi o una storia personale di disturbi del sonno” dice la dottoressa. Tra questi fattori rientrano l’età avanzata, il sesso femminile, la tendenza a rimuginare e una storia familiare o personale di insonnia, ansia o depressione.
Ci sono i fattori precipitanti che sono gli elementi di stress o le malattie che scatenano l’esordio del disturbo. Quindi la stessa diagnosi di un tumore è un fattore precipitante. “I malati di cancro e anche gli ex pazienti oncologici sono esposti a diversi tipi di fattori che scatenano l’insonnia lungo il percorso di cura” prosegue la psichiatra. “Lo stress e il disagio legati alla diagnosi di cancro e ai trattamenti oncologici (chemio, radioterapia, terapia ormonale).
Il cancro stesso, così come l’intervento chirurgico, il ricovero ospedaliero, i sintomi e i vari effetti collaterali correlati al trattamento, sono tutti fattori che possono alterare i ritmi circadiani e contribuire all’insonnia. Nella cura di alcuni tipi di cancro, come il tumore al seno, i trattamenti anti ormonali possono indurre sintomi della menopausa, contribuendo allo sviluppo di disturbi del sonno” sottolinea la dottoressa.
A questi si aggiungono i fattori perpetuanti, ovvero comportamenti messi in atto per cercare di gestire il disturbo, e che invece finiscono per mantenerlo nel tempo. Per esempio fare sonnellini pomeridiani o restare a letto svegli. “Anche la preoccupazione legata all’incapacità di dormire e le conseguenze diurne di un sonno insufficiente possono aumentare l’eccitazione mentale e fisiologica, ritardando l’addormentamento e causando risvegli frequenti e prolungati nei pazienti oncologici” avverte la dottoressa. “La questione è che, mentre i fattori predisponenti e precipitanti tendono a diminuire nel tempo, l’insonnia diventa cronica a causa dei fattori perpetuanti”.
Nel paziente oncologico alle cause dell’insonnia di tipo psicologico – ansia, stress legato alla diagnosi, depressione – si aggiungono dolore, nausea, sudorazione notturna, unitamente agli effetti indesiderati di alcuni farmaci, chemio e radioterapia.
“Oggi il trattamento di prima linea dell’insonnia nei pazienti oncologici consiste nel percorso non farmacologico” dice la psichiatra. “Tuttavia non sempre questo risulta accessibile ai pazienti per via di scarse risorse negli ospedali. Inoltre, nel contesto oncologico non tutti i pazienti sono candidati ideali a un intervento psicoterapico strutturato”.
La terapia farmacologica e la paura della dipendenza
Il ricorso ai farmaci dovrebbe essere limitato ai casi in cui la psicoterapia non sia disponibile o risulti inefficace, prediligendo prescrizioni a breve termine.
“La scelta del farmaco dipende dalle condizioni specifiche del paziente e dalla eventuale presenza di altre malattie e disturbi” spiega la dottoressa.
L’importante è valutare le interazioni farmacologiche, specialmente con i trattamenti chemioterapici, e considerare gli effetti collaterali come la sedazione diurna o i rischi cardiaci per alcuni antidepressivi e antipsicotici. “Sì, è indispensabile avere una quadro completo del paziente” conferma la psichiatra. “Quando, insieme all’insonnia, si presentano sintomi depressivi, si possono valutare farmaci come la mirtazapina o il trazodone che, avendo un effetto sedativo, possono aiutare a dormire meglio. La mirtazapina, inoltre, ha mostrato efficacia nel migliorare nausea, vampate di calore e inappetenza“.
Le benzodiazepine: solo per un breve periodo
I medicinali più prescritti restano comunque le benzodiazepine. “Sono i farmaci più comuni e agiscono rapidamente” conferma la dottoressa Pinucci. “Tuttavia, sono quelli che presentano il rischio di dipendenza e di tolleranza, ovvero la necessità di aumentare la dose nel tempo per ottenere lo stesso effetto, motivo per cui dovrebbero essere prescritte solo per brevi periodi, quattro settimane al massimo. Sono anche sconsigliate negli over 65, per gli importanti effetti collaterali che si verificano dopo una certa età”.
Farmaci anti insonnia a prova di dipendenza
La dottoressa Irene Pinucci, psichiatra, autrice di numerosi studi tra cui Insomnia among Cancer Patients in the Real World: Optimising Treatments and Tailored Therapies (International Journal of Environmental Research and Public Health).
Gli effetti collaterali sedativi di certi farmaci
Gli antistaminici aiutano a curare l’insonnia che colpisce i malati oncologici? Lo abbiamo domandato alla dottoressa Pinucci. Molto spesso, infatti, proprio per evitare il rischio di cadere nella temuta dipendenza da psicofarmaci, c’è chi nella speranza di dormire meglio ricorre agli antistaminici.
“Diciamo che si tratta di un blando effetto sedativo che si verifica con gli antistaminici di prima generazione. Per evitare la dipendenza, ci sono altri medicinali che possono essere anche utilizzati contro l’insonnia, ma solo in quei casi in cui la CBT-I non abbia avuto successo” spiega la dottoressa Pinucci.
“Il Pregabalin, uno dei farmaci antiepilettici e stabilizzanti dell’umore, è indicato per l’ansia e il dolore neuropatico causato dalle terapie; aiuta a dormire riducendo il dolore e l’agitazione senza dare dipendenza” prosegue la psichiatra. “Così come, in alcuni casi, si possono somministrare antipsicotici a basso dosaggio, hanno un effetto sedativo e aumentano l’appetito senza dare dipendenza. Richiedono però un costante monitoraggio dell’intervallo QT con l’ECG, per prevenire aritmie pericolose”.
Melatonina ed erbe: quale efficacia reale
Indecisi tra un percorso con il terapeuta e la prescrizione di farmaci che guardano con sospetto, spesso ci si affida a melatonina, tisane e integratori. Servono o no? “La melatonina è utile per regolarizzare il ritmo circadiano, non dà dipendenza ed è adatta ai pazienti fragili come chi ha un tumore e negli anziani, La sua efficacia può essere però limitata” risponde la psichiatra. “Le tisane come la valeriana non fanno male. Mentre con gli integratori serve molta cautela: sconsiglio di assumerli senza prima averne parlato con il proprio oncologo, perché bisogna sempre valutare il rischio di interazioni ed effetti indesiderati.
Quando la terapia cognitivo comportamentale non ha successo, o non è una strada praticabile, è più sicuro il farmaco prescritto dallo psichiatra di un integratore preso a caso. “Le valutazioni vanno fatte caso per caso, da personale con esperienza clinica che sappia tenere in considerazione molteplici aspetti e aiutare a trovare un percorso terapeutico studiato su misura per quella persona in quel momento” conclude la dottoressa Irene Pinucci.
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